Crepa nell’intelligence
I capi delle spie di Obama litigano su chi comanda
Il capo dei servizi segreti americani, l’ammiraglio Dennis Blair, e il direttore della Cia, Leon Panetta, sono imbottigliati in uno scontro di potere così intenso che è finito sui giornali. Come raccontano Mark Mazzetti sul New York Times e Pamela Hess per l’Associated Press, è cominciato tutto il 19 maggio scorso, quando Blair ha fatto circolare una direttiva perentoria: sarò io a decidere chi sarà il capo spia in ogni singolo paese estero.
9 AGO 20

Per mediare nel confronto s’è impegnato il consigliere per la sicurezza nazionale James Jones. Ma se la notizia è arrivata fin sui giornali – è l’interpretazione unanime fra gli osservatori – è perché qualcuno ha voluto fare pressioni ulteriori sulla Casa Bianca: ora che la questione è pubblica, la decisione finale è rimessa a voi e vedremo chi soccomberà. Era soltanto questione di tempo prima che la crepa tra le due gerarchie spionistiche, la sempiterna Cia e la galassia di servizi paralleli, s’allargasse. La grande riforma post 11 settembre del 2004, quando il Congresso approvò l’Intelligence Reform and Prevention Act, ha lasciato il problema del coordinamento irrisolto. Regole operative dai contorni nebulosi e indefiniti, davanti a urgenze spaventosamente reali: al Qaida, l’Iraq, l’Afghanistan, il nucleare pachistano, quello dell’Iran, la Cina, la Russia, la Corea del nord.
Fino a oggi il coordinamento si stabiliva a operazioni in corso. La Cia e la National Security Agency (Nsa), la seconda agenzia americana (si occupa di intercettazioni e sorveglianza elettronica), per questo motivo all’estero sono unite in un’unica unità ancora semisegreta, lo Special Collection Service. Nelle ambasciate più piccole l’Nsa dispone soltanto di una “stanza operativa”, e non ha agenti all’esterno. Ma con l’espandersi dei programmi di sorveglianza elettronica in alcuni paesi alleati, l’Nsa sta prevalendo sulla vecchia rete d’intelligence: ci sono più orecchie elettroniche e origliatori al lavoro nelle basi che uomini Cia fuori. L’equilibrio di potere è naturalmente sensibile a queste novità e si sta spostando.
Questo scontro non è il primo problema targato Cia per l’Amministrazione Obama. Il presidente ha messo a capo dell’Agenzia un esterno come Leon Panetta non per migliorarne il rendimento, ma con il compito preventivo di temperare le possibili tensioni con il governo. La nomina, invece, aveva deluso Langley in partenza. Un manager di ferro, senza però un curriculum da spia, incapace di distinguere un buon lavoro spionistico da uno “shitty”, di merda, dicevano gli agenti ai giornali. Ancora prima, i servizi avevano atteso l’arrivo dello stesso Obama alla Casa Bianca con “un’ansia silenziosa”, per le accuse ripetute ai metodi antiterrorismo dell’era Bush, e temevano persino l’apertura di procedimenti penali – che poi però non sono arrivati.
Tre giorni fa un funzionario della Cia ha annunciato la creazione di una nuova unità paramilitare “per attaccare i terroristi nelle basi che loro credono sicure, come in Afghanistan”. Le dimensioni della nuova unità – che sarà alle dipendenze del centro antiterrorismo Cia – non sono state rivelate. Al contrario degli appartenenti ai reparti speciali delle forze armate, gli agenti di questa unità sono sacrificabili: il governo può negare qualsiasi collegamento con loro. Per questo, è verosimile che saranno impegnati in contesti più delicati di quello afghano; tra le ipotesi degli analisti, operazioni clandestine dentro paesi considerati alleati come il Pakistan. Le unità paramilitari agli ordini della Cia non sono una novità. Il segretario alla Difesa di Bush, Donald Rumsfeld, preferiva tenere questo tipo di reparti agli ordini del Pentagono. Ma l’ultimo presidente democratico prima di Obama, Bill Clinton, fece uso dei “civili” per interferire con gli affari interni di Haiti. Con risultati disastrosi.